La solitudine del professionista della mobilità

Conversazione con Judith O’Meara, Regional Director dell’Innovation Hub Central di EIT Urban Mobility.
Intervista di Paolo Barbato
Chi lavora sugli spostamenti, dentro un’azienda o dentro un territorio, conosce bene una forma particolare di isolamento. È una figura spesso sola dentro la propria organizzazione, dove la mobilità resta una funzione di confine, e altrettanto sola fuori, dove manca una comunità di pari con cui confrontarsi. È una constatazione emersa con chiarezza dai tavoli di lavoro sulle Coalizioni Territoriali, e da lì nasce la domanda che attraversa questa conversazione: cosa offre oggi una rete continentale a chi lavora sulla mobilità in solitudine.
EIT Urban Mobility è l’iniziativa dell’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia, organismo dell’Unione Europea, dedicata alla mobilità urbana. Nata nel 2019, lavora con oltre 270 organizzazioni partner e una rete più ampia di 1.200 realtà in 33 paesi, e opera attraverso cinque hub di innovazione ad Amsterdam, Monaco, Copenhagen, Barcellona e Praga. L’Italia rientra nel perimetro dell’Innovation Hub Central, che ha sede a Monaco e segue anche Austria, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Germania, Slovenia, Svizzera e Türkiye. Judith O’Meara ne è Regional Director, ed è quindi il riferimento europeo più vicino a chi lavora sulla mobilità in Italia.
Una precisazione utile prima di leggere. Citizens on the Move, il programma citato nella conversazione, si rivolge a chi lavora nelle amministrazioni pubbliche, e le borse riservate ai paesi del Regional Innovation Scheme, Italia inclusa, valgono dentro quel perimetro. Per un Mobility Manager aziendale la via d’accesso è un’altra e passa dall’iscrizione alla piattaforma Mobility Innovators, che avviene su richiesta e con approvazione, dalla partecipazione alle attività aperte e dal contatto diretto con l’Hub Central.
La community come infrastruttura
Paolo Barbato: EIT Urban Mobility presenta il mettere in connessione gli attori come prima attività, prima ancora della formazione e dei finanziamenti. Cosa significa questa connessione nella pratica per un singolo professionista che entra nella rete, e non per un’organizzazione partner?
Judith O’Meara: Significa smettere di affrontare i problemi come se fossero solo i propri. La maggior parte delle sfide su cui lavora chi si occupa di mobilità, dalla domanda di spostamento alla resistenza al cambiamento, è già stata affrontata da qualcun altro in un’altra città europea, e la community serve esattamente a rendere accessibile quel patrimonio di esperienza. Per il singolo professionista la connessione non è un elenco di contatti, ma la possibilità concreta di chiedere a chi ha già provato una soluzione com’è andata, di vedere un caso reale invece di leggere una teoria, e di scoprire che le proprie difficoltà hanno una dimensione continentale e non solo locale.
Questo valore cresce ancora di più quando la connessione è strutturata, perché aiuta a rafforzare e ampliare il dialogo tra attori diversi, il settore pubblico, le università, le imprese, le startup e i centri di ricerca. Per chi lavora dentro un’azienda o un comune, questo significa accedere a competenze e prospettive che difficilmente si troverebbero restando dentro il proprio perimetro quotidiano.
Dal lavorare soli all’essere parte di una rete
Paolo Barbato: EIT Urban Mobility è strutturato su cinque hub europei. Cosa cambia per chi lavora sulla mobilità quando passa dal lavorare in solitudine all’essere parte di una rete continentale, in termini di accesso a colleghi, conoscenza e opportunità?
Judith O’Meara: Cambia soprattutto la velocità con cui si trova una risposta. Chi lavora isolato deve ricostruire ogni volta da zero, mentre chi è dentro una rete sa a chi rivolgersi, e questo accorcia enormemente i tempi e riduce gli errori. I cinque hub coprono corridoi geografici diversi, e questo permette di mettere in contatto realtà che condividono problemi simili anche se appartengono a paesi lontani.
C’è poi una dimensione meno tangibile ma altrettanto importante, che è il senso di appartenenza. Sapere di far parte di un gruppo più ampio cambia il modo in cui si affronta il lavoro quotidiano, perché trasforma una funzione vissuta come marginale dentro l’organizzazione in una professione con una propria comunità di riferimento, dei propri standard e delle proprie occasioni di crescita.
L’accesso per un professionista italiano
Paolo Barbato: L’Italia rientra fra i paesi eleggibili per programmi come Citizens on the Move, e per i partecipanti della community Regional Innovation Scheme sono previste borse. Per chi opera in Italia, qual è oggi la via più diretta per entrare nella community di EIT Urban Mobility?
Judith O’Meara: L’Italia rientra tra i paesi del Regional Innovation Scheme, lo schema con cui l’Istituto sostiene gli ecosistemi che hanno storicamente avuto più difficoltà a competere nel campo dell’innovazione, e questo apre porte concrete. La via più diretta passa dai programmi pensati per i professionisti, come Citizens on the Move, che si rivolge a chi lavora sulla mobilità urbana nelle amministrazioni e prevede borse competitive proprio per i partecipanti dei paesi RIS, tra cui l’Italia. Oltre a quel programma specifico, offriamo ai professionisti che si occupano di mobilità urbana, in startup, piccole o grandi imprese, università o amministrazioni comunali, la possibilità di partecipare ai nostri progetti e alle nostre attività.
Accanto a questo, il modo più semplice per iniziare è seguire gli eventi e le attività aperte, iscriversi ai canali di EIT Urban Mobility e partecipare ai momenti di incontro. Ad esempio, lo scorso anno abbiamo lanciato Mobility Innovators, la nostra piattaforma digitale che riunisce oltre 2.500 esperti di mobilità, uno spazio in cui confrontarsi, scambiare esperienze e rimanere aggiornati sulle opportunità disponibili. È proprio da questi contesti che nascono le relazioni che poi permettono di entrare nella rete. In Italia c’è anche un punto di riferimento vicino a loro, l’Hub Central, che può essere contattato per avere maggiori informazioni e capire quali sono le opportunità per loro (central@eiturbanmobility.eu).
L’accesso per chi lavora nelle aziende
Paolo Barbato: Molti dei vostri corsi e programmi ruotano attorno alla pianificazione urbana e ai funzionari delle città. Quanto è accessibile la community a chi lavora dentro le aziende sugli spostamenti dei dipendenti, e non dentro le amministrazioni pubbliche o le città?
Judith O’Meara: È vero che storicamente molti programmi si sono rivolti soprattutto ai funzionari pubblici e a chi lavora sulla pianificazione della mobilità urbana, perché la community nasce attorno alla trasformazione delle città. Tuttavia, il tema degli spostamenti casa-lavoro è proprio uno degli ambiti in cui il mondo delle aziende e quello delle città si incontrano, e chi si occupa di mobilità dei dipendenti all’interno di un’impresa porta una prospettiva molto utile alla rete.
Il valore per un professionista aziendale sta proprio nello scambio: da una parte può accedere a metodi, strumenti ed esperienze sviluppati nel mondo della pianificazione pubblica; dall’altra può contribuire con il punto di vista di chi gestisce la domanda di mobilità dal lato del datore di lavoro.
Inoltre, EIT Urban Mobility offre soluzioni specifiche per la corporate mobility, supportando i mobility manager nell’individuazione di soluzioni innovative già disponibili sul mercato, sviluppate anche attraverso i risultati dei nostri progetti e il nostro portfolio di investimenti. Questo permette alle aziende di affrontare le proprie sfide di mobilità facendo leva su innovazioni concrete e già sperimentate.
Cosa trasforma un contatto in relazione
Paolo Barbato: Quali formati si sono rivelati più efficaci nel trasformare un contatto occasionale in una relazione professionale duratura, che siano i rappresentanti nazionali, gli eventi, i corsi o altro?
Judith O’Meara: I formati che funzionano meglio sono quelli in cui le persone lavorano insieme su qualcosa di concreto. I programmi che combinano momenti in presenza, visite di studio e casi reali portati direttamente dai partecipanti sono quelli che riescono a creare legami più duraturi, perché permettono di confrontarsi su sfide reali e non solo su contenuti teorici.
Anche i nostri partner organizzano diversi momenti di incontro durante l’anno, sia in presenza sia online, che rappresentano occasioni importanti per condividere esperienze, scambiare opinioni e creare nuove connessioni.
Il nostro team interno, inoltre, facilita il contatto tra le persone in base ai loro obiettivi e interessi. Ma una relazione diventa davvero solida quando il primo contatto trova un motivo per continuare nel tempo: un progetto comune presentato quando sono aperti bandi, una collaborazione o anche semplicemente un confronto periodico su un tema condiviso. Ed è proprio sulla creazione di queste connessioni durature che lavoriamo maggiormente.
Lo sguardo europeo sulle politiche nazionali
Paolo Barbato: EIT Urban Mobility si descrive come parte della più grande rete europea per l’innovazione e collega il proprio lavoro alle politiche dell’Unione. Dal suo punto di osservazione, in che modo l’appartenenza a una community europea cambia il modo in cui un professionista nazionale legge e applica le politiche di mobilità nel proprio paese?
Judith O’Meara: Cambia la scala con cui si guardano le cose. Un professionista che lavora solo dentro il proprio contesto tende a leggere le politiche nazionali come un dato isolato, mentre chi è parte di una rete europea le vede dentro un quadro più ampio, fatto di direttive comuni, di obiettivi condivisi e di esperienze comparabili. Questo aiuta a capire che molte sfide italiane non sono eccezioni, ma varianti locali di problemi che tutta l’Europa sta affrontando.
C’è anche un effetto pratico, perché vedere come un altro paese ha tradotto un obiettivo europeo in misure concrete offre un repertorio di soluzioni già sperimentate, e permette di evitare errori e di accorciare i tempi. L’appartenenza europea, in questo senso, non è un’etichetta ma uno strumento di lettura che rende il professionista più consapevole e più efficace anche nel proprio territorio.
Lo sguardo avanti
Paolo Barbato: Nei prossimi due anni, cosa vorrebbe che la community arrivasse a offrire e che oggi ancora non offre, soprattutto per chi sente di lavorare sulla mobilità in isolamento?
Judith O’Meara: Mi piacerebbe che la community diventasse un punto di riferimento ancora più accessibile per chi lavora fuori dai grandi centri e dalle grandi organizzazioni, perché è lì che la solitudine professionale pesa di più. Vorrei che chiunque lavori sulla mobilità, anche in un piccolo comune o in un’azienda di provincia, potesse trovare con facilità qualcuno che ha già affrontato il suo stesso problema, senza dover passare per filtri istituzionali complessi.
Il secondo desiderio riguarda la continuità, perché oggi molti legami nascono attorno a un evento o a un programma e poi si affievoliscono. Vorrei che la community offrisse spazi di confronto più stabili nel tempo, dove le relazioni si mantengono anche tra un progetto e l’altro, perché è la continuità che trasforma una rete in una vera comunità professionale.
Judith O’Meara è Regional Director dell’Innovation Hub Central di EIT Urban Mobility, l’iniziativa dell’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia, organismo dell’Unione Europea, dedicata alla mobilità urbana sostenibile.
Nota sulle fonti. I dati su partner, rete e hub provengono dalle pagine ufficiali di EIT Urban Mobility, consultate il 28 luglio 2026: Our partners, Our Innovation Hubs, About us. I criteri di ammissibilità e le borse di Citizens on the Move 2026 sono pubblicati sul sito dell’EIT. Le risposte di questa conversazione sono state riviste e approvate da EIT Urban Mobility.

Judith O'Meara è Regional Director dell'Innovation Hub Central di EIT Urban Mobility, l'iniziativa dell'Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia, organismo dell'Unione Europea, dedicata alla mobilità urbana sostenibile. L'Hub ha sede a Monaco e segue Italia, Austria, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Germania, Slovenia, Svizzera e Türkiye.
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